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Storia*
Vista laterale - Cattedrale di San Pelino - CorfinioI rilievi montuosi che circondano l'ampio bacino lacustre di origine pleistocenica della Conca di Sulmona furono frequentati fin dalla più remota antichità dai cacciatori-raccoglitori del paleolitico inferiore-medio, che hanno lasciato tracce del loro passaggio alle Svolte di Popoli e sui verdi pianori e nelle vallette del Monte Morrone e del massiccio del Genzana. I primi insediamenti degli agricoltori neolitici sono stati identificati invece nel fondovalle, segnatamente in località San Callisto, presso 

Popoli, che ha restituito, assieme a ceramica ad impasto con decorazioni incise e figulina dipinta, un idoletto fittile acefalo di eccezionale bellezza e, in successione stratigrafica, materiali ascrivibili alle culture dell'eneolitico e del bronzo antico. In questi contesti più recenti, in cui si riconducono i piccoli abitati capannicoli documentati lungo le solatie fasce pedemontane e i corsi d'acqua, sembrano in quadrarsi anche le suggestive pitture rupestri scoperte nei ripari sottoroccia del Morrone e delle Gole di San Venanzio: misteriose figure di oranti, scene di riti ancestrali, statiche immagini di un mondo remoto incrostate nel calcare. Al passaggio tra il secondo e il primo millennio a.C. le genti del Subappenninico e del Protovillanoviano completavano il progressivo popolamento della valle, preparando la fioritura nella prima età del ferro, preludio alla formazione dei gruppi etnici degli Italici di origine safina, cui vanno ascritti i Peligni di epoca storica.
In tempi arcaici, come tutte le popolazioni appenniniche, anche i Peligni per meglio sfruttare le risorse ambientali abitarono in piccoli vici, organizzati in entità territoriali che i Romani chiameranno pagi, trovando rifugio in caso di pericolo negli oppida dislocati sulle alture dei dintorni, resi sicuri dal le possenti strutture murarie che ne circuivano le sommità. I rapporti con le aree più progredite della Penisola e i primi contatti con Roma, portarono verso forme di aggregazione più complesse, destinate in taluni casi ad evolvere decisamente in senso urbano. A Corfinium il fenomeno assunse proporzioni impensabili allorché venne eletto a capitale dei Soci italici in sorti contro Roma nel 90 a.C.: momento magico per la città, che batté moneta e monumentalizzò i suoi edifici, tanto da in durre Strabone a gratificarla del magniloquente titolo di Pelignorum Metropolim. Il processo di urbanizzazione si completò in maniera estensiva con la piena romanizzazione del territorio, che nel corso del I secolo a.C. venne ripartito nei tre municipia di Corfinium, Sulmo e Superaequum. Gli eventi delle guerre civili riportarono per l'ultima volta agli onori della cronaca Corfinio, presidiata da un forte distaccamento pompeiano e per tal motivo assediata da Cesare al l'indomani del passaggio del Rubicone. Prima ad arrendersi fu la vicina Sulmona che, forse per non correre l'alea di nuove pericolose ritorsioni già patite anni prima ad opera di Silla, apriva le porte alle cinque coorti inviate da Cesare al comando di Marcantonio. Poi fu la volta di Corfinium: le milizie defezionarono, i generali fuggirono. La storia calerà un velo pietoso sul tempo e sui modi dell'ingloriosa fine dell'effimera capitale: a raccontare ai posteri i fasti e i nefasti della Republica populusque Corfiniensium saranno solo frammenti e suggestive rovine. A dare più duratura fama alla peligna gens sarà invece il poeta Publio Ovidio Nasone: peligna e dicar gloria gentis ego, canterà il Vate, nato a Sulmona nel 43 a.C., ma condannato da un fatale error a finire i suoi giorni in solitudine tra le brume del lontano Ponto Eusino. Poi, l'incerto apparire del Cristianesimo, che si consolida prima del progressivo sgretolarsi della società urbanizzata; quindi, il massiccio ritorno delle popolazioni verso la campagna, ben presto costrette dalle invasioni barbariche a cercare nuovamente sicurezza sulle alture. Il fenomeno dell'incastellamento diede un assetto diverso al panorama insediativo della valle. Mentre le città immiserivano, rocche e piccoli borghi punteggiarono i contrafforti montuosi, rapidamente disboscati per recuperare altre terre da destinare all' agricoltura. Alle falde della Majella, lungo antiche piste che portavano nel paese dei Carricini, sorsero i borghi di Campo di Giove e Rocca Gilberti, mentre Pacentro, Castello di Orsa, Roccacasale, Popoli si arroccarono all' ombra delle torri su quote più modeste a ridosso del Morrone. Al di là dell'Aterno, seguendo la corona delle alture, ancora piccoli aggregati protetti da fortilizi e strutture a schiera: Ruzzacapra, Vittorito, Raiano, Prezza, Cocullo; poi Anversa e Castrovalva, poste come a salvaguardia della Valle del Sagittario e delle popolazioni stanziate nell'area lacustre: Scanno, Villalago, Frattura, Ioana, Collangelo. Più prossime a Sulmona, Bugnara, Introdacqua, Pettorano e, a margine del grande centro fortificato italico di Colle Mitra, il minuscolo e isolato villaggio di Pacile: a chiudere la cintura, infine, la piccola terra murata di Cansano. Intanto, giù nella valle, Corfinium si era dissolto come nel nulla; in un angolo della vasta metropoli di un tempo Pentoma è solo un borgo sorto tra i ruderi, né maggiore consistenza acquistavano Pratola, Torre Cerviglione e gli altri modesti nuclei abitati della piana. A distanza, bella e pericolosamente isolata, rimaneva la basilica di Valva con la turrita mole di San t'Alessandro, sede del potere vescovile fino a quando, dopo alterne vicende, finirà per cedere gran parte del prestigio cattedratico alla vicina Sulmona. Più fortunata, la città ovidiana, raccolta entro le sue anguste mura, aveva salvato tra tanta rovina una parvenza dell'antica dignità di centro urbano, pronta ad aprirsi ai flussi migratori, allorché la ripresa avviata in età normanna la restituirà alla sua piena funzione. Poteva dunque monopolizzare gli interessi comunitari del contado e candidarsi con pieno titolo a capitale amministrativa della nuova realtà regionale, pienamente consolidata ormai in età sveva nel contesto del Regno che riuniva il Mezzogiorno d'Italia. Solo l'avversa giornata dei Campi Palentini che tanti mali addusse al giovane rampollo degli Hohenstaufen e ai suoi fedeli invertiva la favorevole tendenza. Ritorsioni e vendette coinvolsero Sulmona e dintorni, mitigate solo per intercessione di Pietro da Morrone, che fece sentire la sua voce autorevole quando le umane vicende lo portarono sul soglio di Pietro. Poi, guerre, carestie, pestilenze e terremoti - catastrofici quelli del 1349 e del 1456 - spopolarono l'intera vallata; alcuni dei borghi più piccoli e appartati andarono gradatamente in rovina (Rocca Gilberti, Castello di Orsa, Ruzzacapra, Pacile, Ioana, Collangelo), altri (Raiano, Vittorito) furono disertati dai superstiti, indotti a trasferirsi verso siti meno disagevoli dalle nuove tecniche belliche, che rendevano ormai inutili rocche e cortine murarie. La viabilità, abbandonate le piste di montagna del primo Medioevo, riprendeva a snodarsi lungo i più comodi tracciati delle consolari romane e dei tratturi, che davano un rinnovato impulso alla pastorizia che, con l' agricoltura e l'artigianato, da sempre si proponeva come risorsa di primaria importanza anche per le genti peligne. Nei castelli e nelle torri, ormai svuotati della loro funzione originaria, rimaneva solo il feudatario con la sua piccola corte: i Cantelmo, i de' Sangro, i Caldora e i tanti signorotti di campagna, e al tempo stesso i Lannoy, i Conca e i Borghese a Sulmona, lasceranno talora segni tangibili della loro presenza, ma saranno per lo più episodi marginali, ben lontani dal fenomeno delle grandi signorie di altre regioni italiane, tanto che non entreranno da protagonisti nella storia, ma faranno solo da sfondo agli avvenimenti tristi e lieti che di tempo in tempo coinvolsero la terra dei Peligni. Saranno, infatti, la religiosità e l' operosità del popolo a dare un'impronta più incisiva e a lasciare appariscenti tracce materiali un po' ovunque, anche se ancora un rovinoso sisma nel 1706 doveva distruggere gran parte del patrimonio edilizio e monumentale sedimentatosi nei secoli. Ogni borgo, ogni paese conserva comunque il suo nucleo antico, il suo centro storico, fatto di case modeste abbarbicate alla roccia, assiepate attorno alla parrocchiale in piccoli agglomerati scanditi da viuzze e piazzette, intercalati da palazzetti di una qualche pretesa architettonica, quasi sempre nobilitati da una bifora, da un portalino scolpito, da un cantonale brunito. In posizione dominante rimane una solitaria torre cimata o un fortilizio in rovina, un tempo emblema del potere, oggi solo un elemento caratterizzante del paesaggio.

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